Le settimane appena trascorse hanno messo alla prova la lettura dei mercati in modo profondo. Quando gli Stati Uniti e Israele hanno colpito l’Iran, la risposta di Teheran è stata chiudere lo Stretto di Hormuz, da cui passa circa un quinto del greggio mondiale. Il prezzo del Dated Brent,  benchmark del mercato fisico del petrolio del Mare del Nord per consegne a breve termine, ha toccato un picco fino a 140 dollari al barile, rispetto ai 70 dollari pre-conflitto, un rialzo che si è propagato lungo tutta la catena produttiva. Un rialzo che non è restato confinato al prezzo dell’energia, ma si è propagato lungo tutta la catena produttiva, mettendo alle strette banche centrali e consumatori finali.

Il quadro macroeconomico è di difficile lettura. Le banche centrali si trovano in una posizione delicatissima: la BCE vede l’inflazione rivista al 2,6% e la crescita ferma allo 0,9%, un equilibrio da manuale della stagflazione. La Fed ha fortemente ridimensionato le attese di taglio. La de-dollarizzazione avanza come trend strutturale, ma per l’Europa un dollaro debole non risolve la dipendenza energetica.

Nel frattempo i mercati hanno continuato a salire. L’S&P 500 ha segnato nuovi record in sei settimane, uno dei recovery più rapidi da uno shock geopolitico di tale portata. Sotto la superficie, però, la selettività è la chiave: non è un risk-on indiscriminato, ma un posizionamento disciplinato con coperture su petrolio e tassi. L’intelligenza artificiale resta un tema trasversale, ma i suoi nodi energetici e geopolitici dovranno prima o poi essere risolti.

Il secondo trimestre richiederà una gestione attenta e orientata al lungo periodo. Non vince chi anticipa il prossimo shock, ma chi sa adattare la rotta senza perdere la bussola.

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